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“La felicità è come un treno senza orario: ne passa uno ogni tanto. Non puoi prevederne l’arrivo, né sapere quando partirà. Il tuo compito è andare in stazione.”
(Paolo Crepet)

Il desiderio di felicità è inseparabile dall’esistenza umana: solo a partire da questo desiderio è possibile pensare l’educazione.

La felicità è di questo mondo. Non è un altrove rispetto all’esistenza quotidiana. Sebbene deperibile e passibile di perdita, essa è un bene che si può conseguire e migliorare, anche in maniera durevole. Si può vivere di felicità. Si può essere sempre più felici.

La felicità non ha dunque niente di magico, non è geneticamente predeterminata, non è un tratto stabile e immutabile. Non è un privilegio. Non la si può ordinare a comando, non la si può imporre per legge. È un sentimento che si può apprendere e coltivare. È dunque un traguardo auspicabile e realizzabile di ogni azione formativa.

L’educazione intesa come esperienza specifica in ordine alla promozione e all’innalzamento della felicità. L’educazione alla felicità si identifica con un lavoro trasformativo interiore realizzato quotidianamente dalla persona, con non poca fatica, grazie anche all’aiuto di altri significativi, nel convincimento profondo che la felicità è un diritto e un bene che merita di essere perseguito in quanto avvalora e incrementa la sua umanità.

(Tratto dal libro: “Pedagogia della felicità” di Bruno Rossi).